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Caffè lungo

 

caffe-lungoOrmai citare ricerche più o meno scientifiche è una sorta di viatico a tutta una serie di considerazioni esplicitate attraverso i “social network”. Più spesso sono il viatico ad ironie e giochi lessicali vari. Alcune, però, risultano interessanti, soprattutto quando parlano del nostro comportamento verso e con gli altri. Uno di questi studi afferma che l’intervallo che corre tra quando io parlo e l’altro risponde si è andato assottigliando sempre di più: pare che adesso equivalga a qualcosa come 0,2 secondi. Un battito di ciglia.

In effetti ci pensavo proprio Sabato, quando mi sono trovato a non lasciare un fiato tra la fine della frase di un’amica e la mia, come sempre, illuminante digressione. Mi è sembrato, per prima cosa, scortese, come se volessi affermare qualcosa di urgente che proprio indilazionabile non era. E subito dopo è diventato anche fastidioso e lo si leggeva sul viso alla mia interlocutrice. Probabilmente non aveva espresso la sua opinione fino in fondo.
Posso pensare che queste “urgenze” discorsive celino, almeno in me, il timore di perdere il filo di un pensiero già espresso nella mia testa.

Altrimenti è solamente una maniera un po’ spiccia per apparire brillante e interessante. La dinamica, a pensarci su, è anche mutuata quando rispondiamo a qualche commento, ad un “like” (o quello che è divenuto). Non sempre, ovviamente, ma chiudere tutti gli spazi e non lasciare un minimo di silenzio/vuoto è una cifra comunicativa che si afferma con bruciante vigore. Tuttavia sarebbe utile almeno riflettere sul valore che può avere una risposta meditata o non espressa affatto.

Non mi pare ci sia nessuna ricerca che affermi che siamo obbligati a dire per forza qualcosa.
Mi ci metto, ad imparare.

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