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Caffè lungo

Vorrei essere idiota. Capiamoci: non sono di certo un genio, né ho avuto mai l’ardire di pensarlo. Anzi, mi trovo spesso senza parole in una miriade di situazioni, anche con gli amici più stretti. Uso la mia normale intelligenza, cerco di essere misurato nel discorrere, ma inciampo come può capitare a tutti. E’ che se non capisco qualcosa tendo a non discuterne: ascolto, quello sì.

Eppure mi piacerebbe comprendere ancor di meno; sono quasi certo che moltissime persone non siano poco intelligenti, ma proprio non usino neanche al minimo il loro discernimento. E potrebbero essere più contente degli altri, di coloro che si sforzano di non sorvolare gli accadimenti e le idee, ma che, anzi, ci cozzano continuamente nel tentativo (beati) di capire meglio se stessi e ciò che li circonda.

Il che è, diciamocelo, una grandissima rottura di scatole. Ti costringe all’impegno, a ritagliare spazi dove perfino Internet può essere usato in maniera costruttiva: ti obbliga a difendere il tuo pensiero, a comprendere quello altrui, se non altro per sollevare delle obiezioni. Faticoso, troppo frequentemente inutile. Meglio l’ignavia, il dolce tepore dell’ottusità.

C’è, quindi, gente felice, a questo mondo.
Saranno la maggioranza?

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