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Caffè lungo

“La banalità del male” ormai non è solo il titolo dell’imprescindibile libro di Hannah Arendt: è una costante della nostra società, in senso lato. Se partiamo dall’ultimo episodio di pura negazione umana (un giovane ucciso da amici che “…volevano sapere cosa si prova”) e andiamo indietro nel tempo, ci potremmo stupire degli infiniti rimandi ad azioni del genere. Terreni più che fertili per ogni sorta di analisi psicologica, comportamentale, storica. Lascio a coloro che sanno questo tipo di cose.

Mi limito ad osservare il vuoto. Dietro a tutto questo c’è un enorme spazio assolutamente informe e privo di qualsiasi nota di semplice discernimento. Non è mancanza di intelligenza o di cultura: è semplicemente la mancanza di qualcosa, sia essa materiale ma soprattutto morale.  Si dice la noia: la noia è una parte dell’equazione. Oltre ad essa c’è sempre questo spazio incolmabile forse perchè tutto il resto è troppo pieno.

Vite colme di ogni sorta di possibile oggetto, di tutto quello che ci accomuna agli altri ed anche a ciò che ci fa sentire superiori. Una totalmente vana rincorsa ad un benessere fittizio, al “non pensare” come regola: giorni che si sommano strabordanti di gente, di avvenimenti, di cose da fare. Per poi ritrovarsi in balia di un essere se stessi totalmente privi di qualsiasi difesa. Anzi, desiderosi di perpetrare il male come ultima sensazione da provare.

Certo, la droga. Certo, il bere. Certo tutto quello che volete, ma osservate bene.
Certa è una cosa sola.
L’incapacità di essere persone che sanno convivere con i propri limiti. Certa è la solitudine incalcolabile.
Certa è la ripetizione di tutto questo.

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