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Beni confiscati alla mafia: trasparenza è optional

Beni confiscati alla mafia

Beni confiscati alla mafia

 

 

 

 

 

Si è celebrata in questi giorni la “Giornata delle vittime di mafia”: 350.000 persone, in diverse piazze d’Italia, hanno espresso la propria vicinanza alle famiglie che a causa della mafia hanno subito la perdita dei cari.

La polemica è scoppiata poiché, con un gesto plateale, il vice presidente della Camera, Luigi Di Maio, ha richiamato l’attenzione sul fatto che da ottobre 2015 lo Stato ha bloccato i fondi per i famigliari delle vittime della mafia e per la tutela legale di chi trova il coraggio di denunciare il racket o l’usura. A questa polemica, ne vogliamo aggiungere un’altra: l’ANBSC (Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei Beni Confiscati alla criminalità organizzata) che fa?

Beni confiscati alla mafia: quale trasparenza?

Dei beni confiscati alla mafia, solo una parte 10.056 (meno della metà) è stata destinata dall’Agenzia a chi si prenderà cura del loro riutilizzo, siano essi comuni, province, regioni, ministeri o forze dell’ordine. Gli altri? Occupati abusivamente, magari proprio con l’aiuto dei mafiosi, o abbandonati. L’elenco degli immobili disponibili sono stati resi disponibili alle Regioni le quali potrebbero godere anche di fondi europei da spendere per il loro rilancio. Chi controlla cosa ne viene fatto?

Ma anche la trasparenza è una necessità. Nell’immagine allegata, cercando oggi, 22 marzo 2016, di verificare le statistiche circa i beni immobili nella disponibilità dell’ANBSC, ecco la risposta: “Statistiche in aggiornamento. Riallineamento in corso con dati del Ministero della Giustizia”. Viceversa, verificando le statistiche delle aziende, ecco la risposta:

beni confiscati alla mafia come sopra. Il caso vuole che pochi mesi fa, il sito Confiscati Beni abbia posto lo stesso quesito. Da allora (settembre 2015), qualche dato è stato prodotto, ma qualche non è sinonimo di trasparenza. E’ evidente che se tutte le informazioni fossero rese puntualmente disponibili; se ci fosse informazione su tutta questa mole di beni e attività sottratte alla mafia perché siano rese disponibili ai cittadini, anche l’opinione pubblica sarebbe stimolata a occuparsene.

Del resto, storie a lieto fine ci dicono che associazioni e cooperative sociali possono beneficiare di questi beni svolgendo quindi attività socialmente utili. È quanto è accaduto a Rescaldina, paese di 14 mila abitanti in provincia di Milano, dove un’ex pizzeria confiscata alla ‘ndrangheta ha riaperto a dicembre 2015 ed è rinata come “osteria sociale”. L’attività de “La Tela” — questo il nome del locale — è frutto della collaborazione tra due cooperative, quattro associazioni e due enti professionali e attualmente dà lavoro a sei giovani e ad alcuni ragazzi con la sindrome di Down. Chiedere trasparenza, il minimo. Che le agenzie preposte e le Regioni si attivino in fretta per rimettere nell’economia locale quanto sottratto dalla mafia, un obbligo non solo morale.

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